Giorno 17 ” Diario dell’anno del coronavirus”

Da me passano i vivi anche se questi di vitalità non ne hanno molta. Li lascio attaccatti a quei macchinari ed incrocio le dita. La scienza qui non è ancora arrivata. Non aveva ancora spinto le sue dita in questi anfratti ed ora invece in ogni parte del mondo ognuno tenta di entrarci con entrambe le mani. Il macchinario fa tutto, fa quello che loro non riescono a fare, quel movimento involontario che tanto diamo per scontato. Una contrazione ed una distensione del diaframma fa la differenza tra la luce e le tenebre. Non mi è permesso nemmeno stargli accanto, non ci si può affezionare e non ci sono remore, del resto con la quantità di gente che vedo passare non sarebbe possibile neanche volendo. Non posso supportarli e ho giusto qualche minuto al giorno per parlarci a distanza ravvicinata, in quel breve lasso di tempo sono concentrato su tutti i piccoli particolari che mi si palesano: saturazione, sintomi, dolori, afanno. Cerco di studiare questo mostro e capire come si muove, cosa prende e come lo restituisce. Un piccolo accorgimento che a primo achito sembrerebbe banale in futuro potrebbe salvare una vita, due, molte. In momenti come questi mi rendo conto quanto è stimolante il mio lavoro ma a quale prezzo per gli altri. Questo mi sprona a fare la differenza perchè la sofferenza non sia lasciata al caso e la sofferenza del prossimo possa essere alleviata. I veri eroi sono i morti, loro sono i martiri delle malattie, altro che i medici anzi di loro proprio non voglio parlarne. C’è sempre stata una faida in sordina perchè sia noi che loro ci consideriamo più importanti degli uni piuttosto che degli altri. Penso che questo sia dovuto all’irriconoscenza della storia nei nostri confronti. Per questo voglio dare il massimo. È quello che mi ripeto ogni giorno, quello che mi da la spinta la mattina e quello che mi porta a pensare al lavoro anche mentre sono a casa, del resto di svaghi non potrei averne molti in questo periodo.

Non posso nemmeno toccarli questi ultimi che continuano ad arrivare, io che sono abituato a studiarli per filo e per segno in ogni loro dettaglio. La sopra, quelli dei “piani alti”, credono sia semplice trarre una conclusione dopo che la frittata è fatta e sicuramente queste tecnologie mi aiutano molto. Magari molte delle stesse che avrebbero potuto aiutare loro a capire di più quando ancora potevano fare la differenza ed ottenere un risultato diverso da questo. In realtà anche io ho la mia dignità e a volte non uso nemmeno le macchine per capire cosa non sono stati in grado di interpretare. Mi capita di vederli, annusarli e riconosco il morbo. Ogni malattia ha il suo tanfo fetido che si trascina disperatamente nelle membra esanime cercando l’ultima possibilità di vita. Sapete, anche le malattie hanno una vita ed una morte e la loro morte olto spesso avviene dopo la morte dell’ospite o del loro colonizzatore. La loro è lenta, lieve, subdola e sofferente, a volte sento le urla e vedo le zanne che cercano di aggrapparsi a me. Quaggiù cerco di ridare dignità al corpo e a chi l’ha falcidato, ricostruisco, apro, cucio, ricucio, massaggio e dò l’estrema unzione ad entrambi. Ora invece è tutto diverso, non mi posso avvicinare, non sento l’odore, non vedo il terrore negli occhi plumbei. Devo fare tutto di fretta vista l’affluenza, ora non ho un minuto in cui sono solo, ora c’è sempre qualche mostruosità indefinita che mi saluta da lontano.

E con questo siamo a 53 oggi. Un bel numero. Però stanno diminuendo per fortuna. La frenesia ed il terrore dei parenti mi tiene all’erta e nonostante i grandi numeri di questo periodo riesco sempre a dare una dignità allo spegnimeto di queste stelle. Preferirei certo riempirli di fiori, mettergli un bel vestito, truccarli al meglio e mettere in mostra almeno per qualche ora la mia dote e la mia bravura. Non mi importerebbe se poi la fine fosse comunque l’avvolgimento con la coperta di fiamme, ma almeno vedrebbero quanto sono bravo, quanto ho imparato in questi anni, poi verranno certamente da me quando sarà il loro turno. Mi capita mentre passeggio la domenica mattina lungo il lago vicino a casa mia di incrociare coppie e persone da sole come me che passeggiano anche loro. Basta uno sguardo di sfuggita e già mi immagino cosa gli farei tra qualche anno, come posizionerei la testa, la forma delle sopracciglia, la capigliatura e la tonalità del fondotinta. Non vedo l’ora e spero che sarò io l’artista al momento opportuno. Ora invece la mia arte va dimenticata, scappano tutti da questi corpi pallidi morti strozzati. Ci credo, fa paura anche a me vederli così, sono come una tela bianca senza personalità. Con tutta questa fretta mi sento inutile, con tutta questa fredda e grigia lontanaza la morte è più difficile da affrontare perchè è più cruda. Voglio tornare a dipingere. Voglio disegnare i baffi al cupo mietitore.

 


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