Giorno 54 “Grandi speranze, grandi esitazioni”

Appena l’ha scorta al di là dei cipressi che costeggiavano la polverosa strada in cui sfrecciava impaziente si è rallentata la sua capacità cognitiva, una miriade di impulsi elettrici che tempestavano ogni neurone in tutte le regioni del cervello lo hanno inebetito, l’iperattività che risulta staticità. È stata la discronia tra realtà e percezione a combinare il tutto nel classico clichè del giovane rampollo distratto alla guida della fuori serie che non avendo visto la curva è finito nel fosso che costeggia la strada portandolo dritto nel mondo dei cieli. Quella distrazione micidiale che in una decina di anni aveva mietuto non poche vittime, 37 contanto quest’ultima e nessuno aveva ancora capito a cosa fosse dovuta. Del resto come fare a costruire una pista, come si dice in gergo, se non ci sono testimoni e per giunta la strada si trova a dividere in due terreni agricoli che si perdono a vista d’occhio. Non semplice. Come ha pensato e ripetuto più volte a stesso Hubert, giovane ispettore di Scotland Yard alle prese con una situazione che possiede tanta incertezza quanto mistero. Questo caso lo incuriosiva, aveva attirato l’attenzione dell’ispettore capo e risolvero gli avrebbe permesso di accedere ad incarichi di maggior prestigio e forse anche di essere notato da Elenor.

Tutte le mattine prendevano lo stesso tram per andare a lavoro. Lui era sempre attento, siccome saliva qualche fermata prima di lei, nel scegliere un posto che permettesse una buona visuale del resto dei passeggeri e che rigorosamente non ne avesse uno libero subito accanto per non rischiare che lei si sedesse proprio li costringendolo ad imbarazzarsi, non sapere cosa dire e quindi dire cose insulse. Era terrorizzato dall’altro sesso per via di cattive cicatrici dell’adolescenza. Ancora rilasciavano veleno nella mente appena la bocca tentava di collegarsi al cervello in presenza di donne che riteneva attraenti. Finiva con farfugliare e dire frasi sconnesse e con estremo rammarrico correv in bagno a piangere deluso da se stesso. Ogni mattina la fissava e la immaginava nel suo letto mentre lo scaldava con il suo corpo e gli prometteva l’infinito mentre lui era sicuro di se ed in grado di parlarle e aggiungeva un pezzo di infinito a quello di lei. Quei 23 minuti di corsa del bus erano veramente troppo brevi e non poche volte aveva fantasticato di non scendere per andare a lavoro ma farsi trasportare dal bus oltre la sua fermata, oltre l’immaginazione, fino al capolinea dove ormai svuotato il bus non rimanevano che loro intenti a fissarsi per poi cadere in un bacio scenico mentre si giuravano amore eterno. Purtroppo però i suoi sogni si infrangevano come onde sugli scogli ogni mattina e lei scendeva, lui la seguiva, entravano a lavoro, lei si recava in deposito non curante di lui mentre lui dissimulava gli sguardi attenti che gli rivolgeva per evitare che i colleghi lo notassero. Aspettava un qualcosa di indefinibile per poter avere la sua occasione di riscatto in cui avrebbe dimostrato coraggio e sicurezza e la risoluzione di quel caso coincideva proprio con il colpo di autostima tanto agognato che avrebbe portato lei a notarlo e lui a farsi notare da lei. Quella sera mentre tornava a casa Hubert aveva stranamente deciso passeggiare rinunciando alle fantasie sul bus. Passeggiava in compagnia delle stelle mentre i lampioni gli illuminavano i passi e pensava a come fare per trovare un indizio, uno qualsiasi, uno straccio di prova che lo avrebbe portato su una qualunque pista. Già pensava alla fama tra gli altri ispettori per la risoluzione del caso. Improvvisamente capì che l’immedesimarsi nella vittima sarebbe stato l’unico punto di partenza così l’indomani avrebbe preso la macchina di servizio, avrebbe guidato fino a quella strada di campagna e sondando ogni metro avrebbe svelato l’arcano.

Così la mattina seguente colto da un’aria frizzante sul bus non tentava di nascondersi, quasi come volesse farsi scoprire mentre ammirava le curve di Elenor. Nella discesa della fermata le si avvicinò fino a raggiungere qualche centimetro di distanza, abbastanza da assaporare il profumo di lei, riconoscerlo e stamparselo nelle sinapsi. All’ingresso in caserma era addirittura tentato di aprirle la porta con un gesto di galanteria ma desistette, non era ancora il tempo, prima avrebbe dovutotrovare una buona pista, risolvere il caso, acquisire visibilità e confidenza in se stesso e poi avrebbe scottato la sua freccia. Prese la macchina e sfrecciò in direzione dell’incrocio maledetto.

Non c’era una nuvola in cielo, i cipressi verdi e rigogliosi che costeggiavano la strada si vedevano in lontanaza e lui tutto fremente di raggiungerli pigiò l’acceleratore ancora di più. D’un tratto superato il primo cipresso osservò una figura indistinta dietro il secondo. Un fremito lo percorse. L’odore di quella mattina gli si ripresentò al naso. L’odore di lei, come se stesse annusando la sua pelle in quel preciso momento. La figura di una donna che correva dietro il seguente cipresso per nascondersi. Era nuda. In quell’istante allora la voce di Elenor che tanto aveva sognato gli giunse all’orecchio. Una voce soave che diceva tutto ma non diceva nulla. La figura che correva dietro il successivo cipresso sempre più furtiva. L’odore ancora più intenso. La voce più chiara. Poteva percepire le parole. Dicevano.

Siamo arrivati a quota 38.


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