Giorno 59 “Il voltagabbiano”

Il faro roteava su stesso anche quella sera e illuminava pezzi di cielo timidi che preferivano rimanere a baciare il mare al buio. Ruotando abbagliava anche quel tratto di costa che sotto il promontorio del faro stava ad assaporare il fresco della sera. Ma se fosse la sabbia a muoversi in quel lento incedere per poi ritirarsi? Se le onde fossero al contrario create dalla costa, dagli scogli sui quali sembrano infrangersi, per poi finire in mare aperto nel quieto dileguarsi verso il luogo indefinito che tutto inghiotte? Si chiedeva Daniel mentre dalla finestra di casa sua si lasciava trasportare in divagazioni sulla natura. Quella sera come molte altre che l’hanno preceduta era seduto alla scrivania, penna in mano, carta stesa di fronte e finestra dritta negli occhi. Ogni volta ci provava e riprovava ma appena la penna toccava il foglio era come se svanisse l’inchiostro, anzi era come se l’inchiostro divenisse bianco e lui scriveva e scriveva e pensava e ripensava mentre immaginava e nessuno dei tanti pensieri che riempivano la mente e sfrecciavano tra un occhio e l’altro si lasciava stendere. Immortali posseduti da forza inaudita resistevano e sconfiggevano la penna pronta a sdraiarli, deporli vividi nella carta. O vivi nella sua testa. O morti fuori dalla finestra. Mai vivi su un foglio di carta, mai leggibili da un estraneo e perfino da lui. Anche quella sera ci aveva provato, stremato da questa maledizione invano aveva raccolto le forze per poggiare la punta della penna sul foglio. E se fosse il foglio a muoversi e non la penna? Se i pensieri, le parole, fossero risucchiate da essa anzichè sgorgare fuori macchiando le pagine?

Nei primi periodi per lui era stato molto difficile, soprattutto durante la scuola, alle prime verifiche scritte lasciate in bianco erano iniziate le preoccupazioni dei genitori. Del resto lui non prendeva mai appunti e come ci si poteva aspettare che avesse potuto scrivere qualcosa alle domande della prova. Eppure il ragazzo era sveglio, molto, sapeva parlare con una delicatezza non indifferente. Conosceva molte più parole degli insegnanti a momenti e sapeva pronunciarle alla perfezione tutte. Mai un accento fuori posto, mai un dittongo sbagliato. Era in grado di sapere trasmettere le più piccole sfumature dei suoi stati d’animo con una precisione sconcertante. Nelle interrogazioni andava molto bene e sapeva rispondere a tutte le domande in maniera più che consona. Ma non prendeva appunti, non faceva esercizi di calligrafia, non scriveva nulla nelle verifiche. L’insegnante di lettere dopo la terza verifica lasciata in bianco si era incuriosita e un giorno entrando in aula stabilì che gli alunni erano sottoposti ad una verifica a sorpresa. Dovevano scrivere tutto ciò che volevano, come preferivano, quanto preferivano. Stette attenta il più possibile a Daniel, gli occhi puntati sulla sua manina che reggeva la penna e volteggiava sopra i fogli. Al momento della consegna volle solamente il suo compito. Il bambino glielo portò, lei lo prese in mano e provò a leggere. Era vuoto, bianco, nulla, nessuna traccia di parola o lettere, nulla, bianco, solo le righe prestampate. Allibita a ciò che aveva vistto, il bambino che aveva scritto assiduamente e perso nella sua immaginazione per tutto il tempo, non aveva in realtà lasciato traccia di quanto fatto. Provò la sua penna, era funzionante, a lei, la diede in mano al bambino per fargli scrivere su quei fogli immacolati e nulla, come se l’inchiostro fosse terminato di colpo o la pena si fosse rotta d’un tratto per inapparente motivo. Quella fu la prima delle tante situazioni scomode accadute in seguito che avevano visto Daniel, una penna e dei foglio come protagonisti.

Nonostante la sua evidente impossibilità lui perseguiva giorno dopo giorno il suo intento sedendosi alla scrivania guardando fuori dalla finestra con tanta ispirazione per poter divenire ciò che aveva sempre sognato: uno scrittore.


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