Giorno 65 “La finestra di luce”

C’è una luce che evade dalla finestra, tra tutte le file parallele in verticale e in orizzontale delle finestre tutte uguali dei condomini accumulate a formare una trama ripetitiva come le giornate, è l’unica che si nota nella notte scura. Quella stessa notte tanto quieta che i discorsi tra foglie e vento si potevano udire a distanza di metri, i bottoni delle nuvole che scoppiavano e la luna che s’oscurava e si perdeva timida dietro le stelle, quella notte un’unica luce era visibile agli animali che passeggiavano padroni della strada e dei loro passi. Semi aperta quella gabbia illuminata con il foro rettangolare che dava sull’esterno era accesa perchè l’irrequietezza del dottor Bareb non gli permetteva di riposare. Teneva la luce accesa per dispetto, lui era agitato, dovevano esserlo anche gli altri e quella timida luce doveva essere il segnale per tutti coloro che lo circondavano. Era il suo modo di comunicare con i vicini, tramite onde elettromagnetiche, luce continua e nulla più nel momento oscuro della giornata. Un silenzio di parole che potevano viaggiare fin nello spazio ma si fermavano al primo isolato tra i muri dei condomini che formavano il paesaggio retato della città. Erano le 3:07 e lui dentro la sua gabbia arredata bene passeggiava e ripasseggiava, la sua figura passava davanti alla finestra, oscurava per un attimo il suo segnale, e l’attimo dopo l’ombra spariva, e così continuava imperterrito, era fatto apposta, il gioco di luci ed ombre era una specie di codie binario, i lampi di luce erano parole. Discuteva da solo immerso nella placida solitudine di una notte estiva perfetta. Nessuno lo ascoltava tranne un ragazzino insonne che fissava il soffitto e colpito da alterni bagliori il suo occhio aveva deviato traiettoria. Curioso di questo intrattenimento si era coricato per godersi tutta la scena con la miglior angolazione. Conosceva il dottor Bare e da quando aveva memoria era sempre agitato quel dottore, con la pipa in bocca, i capelli brizzolati, il grande naso a patata sul viso e quei nei orripilanti da cui spuntavano peli. Fece scorrere brevemente nella testa tutte le immagini che aveva del dottore ed in tutte, nessuna esclusa, lui indossava lo stesso camice bianco liso con la penna che sbucava dal buco del teschino sul petto, la cintura bianca lunga con i lembi che sbattevano sulle sue gambe ad ogni passo alternatamente. Non ci aveva mai scambiato una parola nonostante lo ritenesse una persona intrigante. Questa sera non avrebbe avuto molti programmi, l’agitazione adolescenziale lo teneva sveglia per parecchio quindi si presentava un’ottima occasione per scoprire qualcosa di più personale da questa figura irrequieta e misteriosa. Lo spettacolo però era particolarmente noioso, l’intercedere nella stanza ritmato sembrava cullarlo fino a quando non si accorse che era un messaggio quello che stava guardando. Era un codice Morse fatto di luce e buio che continuava a ripetere per non si sa chi, lo aveva imparato negli scout l’anno prima. Tra tende vicine i giovani conversavano nella stessa maniera usando le pile. Era una cosa molto romantica, pensò il ragazzo, conversare con questi segnali desueti e dimenticati magari parlava con la sua anima gemella da cui era distante e dovunque fosse magari immaginando quella finestra, quei bagliori, fatti per lei, e un sorriso l’avrebbe colpita e presa per i fianchi nel silenzio della notte. Allora cercò con attenzione di capire il messaggio e nonostante l’impegno capiva sempre la stessa cosa: “miglio popoloso poro porto radiotrasmettevate”. Confuso ma finalmente stanco si arrese alla casualità e insensatezza della vita e delle persone, si assopì placidamente. La mattina dopo fu svegliato dalla sirena di un’ambulanza


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