Giorno 75 “Il metro”

Ieri sera è successo che dopo ben 74 giorno, 74 vi rendete conto, sono uscito di casa per andare in un bar. Una parte di me era terrorizzata e con le unghie afferrava tutto ciò che trovava lungo il cammino per rellentarmi e farmi cadere nell’angoscia, una parte di me era completamente spensierata e fischiettava saltellando impaziente di rivedere i miei amici, abbracciarli e baciarli senza alcun problema, una parte di me cercava disperata di creare delle linee guida interiori da seguire per poter trovare un punto in comune tra le parti. Il risultato era ansia. Ho avuto paura di dove mettevo le mani e dove mettevo le mani dopo aver toccato qualcosa, pensavo in continuazione a quando sarei riuscito a recuperare un goccio di elisir di vita: gel disinfettante. Ho bevuto prodotti sigillati senza prendere bicchieri se non l’amaro che ho bevuto nel bicchiere d’asporto e dove non ero in rado di mettere la cannuccia sotto la mascherina allora mi allontanavo, la tiravo giù, bevevo, la ritiravo su, il tutto in qualche secondo. Appena qualcuno mi passava accanto io mi spostavo, nel momento in cui vedevo qualcuno senza mascherina parlare nella mia direzione allora mi spostavo, se qualcuno voleva dirmi qualcosa di personale gli dicevo di scrivermi un messaggio in privato. Non ho toccato nessuno se non con il piede come saluto e facendo schiena contro schiena come saluto. Traendo le somme della serata è stata una fatica immane completamente antisociale e intrisa di attenzione ai dettagli. La mia uscita è stata più una sofferenza che piacere. Sono tornato a casa stanchissimo, mi sono lavato fino ai gomiti, e ho dormito come un sasso. Questo è il risultato del coronavirus, su chi non lo ha preso.

Riflettevo qualche giorno fa che una situazione del genere, una vigilanza così attiva come quella che ho messo in atto ieri sera non può essere perseguita fino al vaccino per due motivi principali: è estremamente dispendiosa in termini energetici per l’attenzione maniacale da adottare e conseguenza, siccome tutti tendiamo alla configurazione a minor energia, ad un certo punto si arriverà a pensare che è meglio non uscire piuttosto di avere una socialità passiva. Di conseguenza a questo mi sembra naturale lo sviluppo di due tipi di comportamento a lungo andare. Il primo, quello più immediato che ho notato adottano molti giovani, perchè è quello più spensierato, comporta vivere senza paura. Portare la mascherina durante i tragitti lunghi e limitare i contatti ma comunque in compagnia stare vicini, togliere la mascherina nella cerchia e fare cose senza troppi scrupoli. Il secondo è il profilo che si sta innescando da qualche tempo e si avrà il risultato solamente tra qualche mese è costituito dall’evitare nella maniera più completa qualunque contatto di qualsivoglia sorta. A lungo andare la psicosi e la superficialità saranno i due che avranno maggior piede. Continuare la quarantena autoimponendosela oppure fregarsi di ciò che è stato e che sarà. L’impatto psicologico a mio avviso sarà sulle fasce più delicate della popolazione. I vecchi si aggrapperanno alla vita più che prima e ognuno diventerà un potenziale nemico. I bambini avranno per i primi tempi un’idea di vita e di socialità distorta in risposta alle scelte dei vecchi (estreme) e alla via di mezzo degli adulti, portandosi dietro magari una maggior riservatezza e forse anche uno scrupolo in più sul contatto e sull’igiene della collettività. Mi è quindi venuto in mente un articolo pubblicato qualche mese fa che mostrava come varia l’intimità tra conoscenti e non in base alle aree che permettiamo di toccare a individui sconosciuti o a noi vicini. Qui di seguito vi propongo la mappa dell’articolo, le zone nere sono quelle in cui è proibito il contatto mentre al diminuire della tonolità scura allora il contatto è più permesso e giustificabile. Secondo me nel caso di parenti lontani ed estranei le zonee chiare saranno forse solo le mani. Speriamo.

Concessione tocco
Contatto fisico proibito e concesso, ad ognuno il suo. Fonte: Focus

 


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