Giorno 89 “La rabbia e il sogno”

David.

Sempre prima di addormentarsi pensava ad un futuro migliore, più roseo, in discesa. Si immaginava la sua versione felice e spensierata colma di ogni bene che lui era in grado di immaginare. Sognava in prima persona, non vedeva mai il suo volto però gli occhi erano i suoi e spesso surante queste fantasticazioni era solito fissarsi su un evento in particolare del sè ben riuscito e soddisfatto. Si immaginava di guardarsi il polso, un orologio costoso che puntava le 12:30, abbassava il braccio ed afferrava il timone della sua barca, yatch per la precisione, fissava a prua e vedeva lo scafo chiudersi in una punta ed oltre il mare blu, qualche faraglione ed il sole. Mentre la camicia blu aperta gli svolazzava ai lati del busto si avvicinava sempre più al punto d’ancoraggio accanto ad uno dei giganti rocciosi. Si fermava, buttava l’ancora e stravaccandosi sulla poltrona in pelle bianca dietro di lui si accendeva un sigaro cubano, prendeva un bicchiere di whisky ed aspettava che le sue donne si gettassero a fare il bagno. Di colpo s’addormentava, sempre immancabilmente, ogni volta che la mente vagava fino a quel punto, sempre lo stesso punto, si addormentava per poi svegliarsi la mattina come se nulla fosse. Era la sua conta delle pecore, incredibilmente efficace ma senza dubbio non parimenti noiosa. Non aveva mai continuato il sogno, mai. Eppure aveva letto che pensare intensamente a qualcosa di precisso era in grado di simolare il cervello a continuare il pensiero sotto forma di sogno. Ci sperava tanto infatti di sognare come finiva la storia di lui rampollo ricco in mezzo al mare circondato da quello che più agognava. Ma nulla. Solamente sogni strampalati, spezzoni incongruenti di viaggi incantati senza tempo e senza spazio. Infatti i suoi sogni, almeno i pochi che ricordava, erano intrisi di una componente caotica ed inspiegabile. Chiaramente tutti i sogni essendo frutto dell’inconscio la possiedono, ma i suoi erano proprio sconnessi, intrisi di salti dimensionali senza apparente motivo lampante. Tanto era preciso il sogno lucido che spingeva il suo inconscio a portare avanti durante il sonno tanto invece i sogni che il suo inconscio spingeva lui a vivere erano vaghi e poco lineari. Questi pensieri erano presenti in lui solamente in poche occasioni durante la giornata. Il mattino appena sveglio mentre si guardava allo specchio lavandosi i denti e prima di andare a dormire nel medesimo contesto. A pensarci bene infatti erano gli unici momenti in cui lui si fissava e si guardava. In quella manciata di minuti si rendeva conto di essere il lui sbagliato, uscito male, quello sfigato. Ma che poi del resto, a pensarci bene non lo era affatto. Guardando da fuori era molto più fortunato di molti altri. Aveva un lavoro fisso e stabile che gli permetteva di vivere da solo e togliersi qualche sfizio senza eccessiva fatica. Aveva una famiglia che gli voleva molto bene e due fratelli che avrebbero fatto di tutto per lui. Amici ne aveva tanti, sia intimi che compagni di bevuta. Aveva una donna che lo ammirava e del cui fascino era stregato. Viveva in una città industrializzata e piena di occasioni. In relatà era evidentemente fortunato, se solo avesse potuto guardarsi con gli occhi degli altri. Ma mettersi nei panni degli altri non era il suo forte. Infatti la sua vena cinica ed egoista si era esaltata col passare del tempo. Di recente aveva iniziato a guardare male le persone che per strada lo squadravano, chi fermo al semaforo in macchina lo fissava, a lavoro aveva iniziato a rispondere male ai colleghi, scatti d’ira in cui stringeva i pugni lo pervadevano sempre più di frequente sempre per più futili motivi. Quel suo sogno mancato che in realtà era la realtà in cui voleva essere, era divenuto un silente persecutore. Inconsciamente aveva iniziato ad avere una visione pessimistica del mondo e soprattutto delle persone, non si fidava di nessuno e diffidava da confessioni anche con i più intimi. Si sentiva in difetto, si credeva di non bastare, non era soddisfatto della sua normale vita. Sognava di più, voleva di più da se stesso, voleva osare. Giorno dopo giorno la situazione peggiorava e passo dopo passo, minuto dopo minuto passava sempre più tempo a pensare al sogno che avrebbe voluto divenisse la sua realtà. Era ossessionato da un senso di impotenza e di inadeguatezza che ad ogni gesto, ogni parola che faceva sentiva di aver sbagliato. Era tanto ossessionato da quel sogno, da quella realtà che la voleva. Si è ucciso.

I sogni ad occhi aperti di realtà migliori su social network o nella pubblicità non vanno associate ad individui normali e con poche potenzialità. Segnare che la cavia 37 si è suicidata. Come procede con la 38?


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